Monolocalgarage

Mondo blues

giovedì 11 dicembre 2008

Accendi un blog


Uno dei classici della vita da fuori sede è avere a disposizione una più che discreta quantità di conserve; e quando dico conserve intendo: fagioli. Sono qui da due settimane e mezza, e, mettendoci davvero tanto impegno, ne ho consumati solo la metà.
Per dieci giorni, ogni giorno, a pranzo, ho mangiato fagioli, fagioli, fagioli, e a volte, per cambiare, pasta e fagioli. Ora si capisce che, se, in un fine settimana allungato di un giorno come quello scorso, vai a Firenze, ospite del ragazzo della sorella della tua ragazza, e costui ti fa attraversare la città in bicicletta per portarti in questa trattoria dove si mangia la rinomata ribollita – pietanza di cui ignoravo l'essenza –, e ti accomodi, ordini la ribollita, il cameriere si complimenta per la scelta, il ragazzo della sorella della tua ragazza ti fa un cenno di approvazione per aver riposto in lui fiducia, sgranocchi un po' di pane dolce nell'attesa (breve) che il cameriere torni con i piatti, e infine arriva (il cameriere), posa il piatto, ci metti un filo d'olio, rimesti col cucchiaio, e dal verde scuro del cavolo nero fuoriescono fagioli cannellini, come minimo la cosa ti perplecte (latinismo) e inizi a pentirti di non aver ordinato la pappa al pomodoro come le ragazze. A me è successo proprio così.
Poi, però, dopo il primo cucchiaio, mi sono reso conto di essere entrato in una nuova dimensione del fagiolo, e ho preso seduta stante consapevolezza del fatto che il cambiamento lo si può ottenere per vie perverse, paradossali, banali; che il cambiamento, come del resto più o meno tutte le cose del mondo, non è una questione di cosa, ma di come (verità di cui ho avuto ulteriore conferma, quando una cuginetta, tornato qui, per consentirmi di variare un po' la dieta, mi ha regalato due scatolette di Spuntì – un prodotto talmente fin de siècle che ha per slogan sulla confezione: UNA MERENDA STRAMITICA! – che stavano per scadere e lei non avrebbe consumato mai, ed io me le sono spazzolate coi taralli quella sera stessa; poi ho avuto mal di stomaco – ok, qui anche il come aveva la sua parte, ma sorvoliamo).
Il punto è che è da quando sono arrivato qui che ho capito che avevo bisogno di cambiare. Dopo aver assaggiato la ribollita ho capito anche come.
Un blog, agli sgoccioli del 2008, non è certo una cosa nuova. Facebook, per un po', mi è sembrato una bella novità: finché eravamo quattro gatti e c'era ancora Scrabulous per giocare con Isahermosa nelle ore vuote dell'inverno scorso, mi piaceva pure. Poi in estate c'è stato il boom: facebook ovunque, centinaia di amici e decine di notifiche al giorno; gruppi improbabili, aggiornamenti di stato in cui si parla di sé in terza persona (come il Presidente del Consiglio che parla del Presidente del Consiglio; come gli egocentrici; come i pazzi), cause sceme da sostenere, inviti e richieste ignorabili, test demenziali, giochini inspiegabilmente assuefacenti, Pet Society!
Certo, gran bella cosa aver ritrovato un compagno di classe delle elementari e un paio di cugini che non vedevo da qualche anno, e interessanti alcune iniziative che dai gruppi hanno mosso i primi passi per andare oltre il network, ma il problema è che facebook è come lo Spuntì: una cremina spalmabile su grosse fette di giornata, a base di micro-storie di scarsa qualità che non mi interessano, e nel leggere le quali ho esagerato; e mi è venuto mal di pancia.
Dopo la ribollita, di fagioli ne ho ancora uno stipo pieno, e ho iniziato a sperimentare senza limiti. E ho disattivato l'account di facebook. Ora avrò del tempo più libero per fare meglio quello che mi piace fare, ed ignorerò quello che altri mi invitano a guardare; non più scadenti applicazioni, ma una vera tazza di tè, da sorseggiare, la sera, sul divano.
E allora, se un fastidioso senso di inconcludente apatia si insinua nelle tue giornate ed inizia a turbare la tua vita, fa' come me: spegni facebook, accendi un blog.

martedì 25 novembre 2008

Breve paginetta notturna dalla città dai tetti rossi


Sono arrivato. Sano e salvo. Lo dico per mettere in pace quelle due o tre anime in pena di chi non ne sapeva ancora niente. C'era un bel sole, sabato. Mi sono goduto il mio primo viaggio in autostrada da autista: ho guidato da Pescara a Rimini. È stato divertente, a parte quando un camion ha tentato di schiacciarmi contro lo spartitraffico (si chiamerà davvero così il coso che divide i sensi di marcia in autostrada?). A parte quello, è stato bello. Poi ho lasciato di nuovo il volante a mio padre. C'era sole soprattutto nel tratto in cui ho guidato io. Prima c'era la pioggia, ma non ci ho fatto molto caso: ero ancora preso dai postumi della festa d'addio (che poi in realtà era un arrivederci, a presto) e preferivo dormire. Poi, quando ho lasciato, invece, il tempo non era niente male, ma il sole stava tramontando. C'era sempre tanto vento, tuttavia.
Anche domenica era una bella giornata, ma faceva più freddo. Soprattutto di sera. Era una sera di quelle che una cioccolata calda è proprio quello che ci vuole, e guarda caso qui c'era un'intera fiera della cioccolata con stand dei migliori cioccolatai d'Italia riuniti in Piazza Maggiore per fare cioccolata di tutti i tipi, di ogni forma, di qualsivoglia dimensione, per pochissimi euri (se sai cercare bene). Abbiamo preferito, tra le tante, la cioccolata calda al peperoncino dal Piemonte, perché è stata la prima che ci siamo trovati davanti dopo aver cercato in vano i cioccolatai drogati che servivano cioccolate all'assenzio e alla cannabis. Parlo al plurale perché ero insieme al mio gradevole omonimo (che poi per venirmi a trovare dei bastardi gli hanno rubato la bicicletta, poverino). L'assenzio l'avrei gradito. La cioccolata, dico. All'assenzio.
Ci voleva davvero, la cioccolata che colava giù per l'esofago bruciando tutto fino alla bocca dello stomaco: faceva un freddo, che poi il mattino dopo quella notte mi sono svegliato e ho visto tutto bianco e temevo di essere stato sepolto dalla neve, ma poi ho visto meglio e i vetri erano bagnati e alzandomi ho scorto anche qualche tetto rosso e mi sono tranquillizzato un pochino, ma faceva un freddo... E infatti poi ha nevicato. Un pochino ma ha nevicato. Era il mio primo giorno di scuola. Che bello.

martedì 4 novembre 2008

Pensieri veneziani


Paradosso dell'invidia
Non puoi neanche alla lontana immaginare cosa vuol dire provare invidia, se non ti è mai capitato di costeggiare l'Adriatico in treno, guardare un attimo fuori dal finestrino e vedere un uomo solo, con la giacca a vento nera e i capelli bianchi al vento, che passeggia piano piano sulla spiaggia mentre un treno, accanto, gli sfreccia in direzione nord, a dieci metri, il 31 di ottobre, poco dopo mezzogiorno.
L'invidia è un brutto sentimento: ti fa capire nitidamente che il destino è ingiusto e ti fa provare odio verso gli altri. È un sentimento distruttivo e autodistruttivo, dato che, una volta assunta la consapevolezza dell'arbitrarietà e della assoluta dissolutezza dalla giustizia del destino, non è contemplata alcuna possibilità di riscatto, ma solo: vendetta.
Si diventa così persone sgradevoli e indesiderate ed isolate, e non ci vuole molto ché un giorno ti ritrovi solo, con la giacca a vento nera e i capelli bianchi al vento, che passeggi piano piano sulla spiaggia, mentre un treno, accanto, ti sfreccia in direzione nord, a dieci metri, il 31 ottobre, poco dopo mezzogiorno. Un convoglio di persone che non provano pietà per te. Forse, al massimo, un ragazzo ingenuo ti trova romantico e un po' ti invidia.

Parlare al telefono
Ecco un meraviglioso esempio di surrealismo: sono nella carrozza 6, posto 28, corridoio; al posto 27, corridoio, che, per un'incomprensibile numerazione dei posti negli Eurocity, si trova a ore due rispetto a me, c'è un uomo a cui squilla il telefonino, diffondendo nella carrozza il canto di un'irritante vocina che sostiene di essere un gatto di nome Virgola; risponde, e tutti tirano un sospiro di sollievo; dall'altoparlante il capotreno dà il benvenuto ai signori passeggeri saliti ad Ancona, informa i signori passeggeri che il treno diretto a Milano farà fermate a Pesaro, Rimini e Bologna, e invita i signori viaggiatori ad abbassare la voce e il volume delle suonerie per non disturbare gli altri signori passeggeri; l'uomo a ore due rispetto a me guarda negli occhi il suo telefonino e, puntandogli addosso l'indice accusatore, gli fa: – Ce l'ha con te, stai attento!

La Morte a Venezia
La prima volta che ho visto la Morte falciare un'anima sotto ai miei occhi è successo a Venezia. Ero seduto su una panchina in via Garibaldi, di fronte alla GELATERIA - ARTIGIANALE a fumare una sigaretta e a meditare sulla solitudine esistenziale a cui ogni uomo è condannato sin dalla nascita, per via di quel fastidioso scarto che c'è sempre tra essere e apparire che ha fatto più vittime di tutte le epidemie di peste di ogni varietà che si sono abbattute su questa città, quando passa tra me e la GELATERIA - ARTIGIANALE una ragazza minuta, caschetto nero, seguita dal suo cagnetto nero che le trotterellava dietro, legati da un guinzaglio rosso.
Li guardo lasciarsi dietro un tabaccaio pensando che sono belli, e torno a fissare il vuoto dentro la GELATERIA - ARTIGIANALE mentre la ragazza e il cane superano anche il Banco San Marco e una porta con una tenda fatta di grossi rasta rossi raccolti in due grosse ciocche ai due lati dell'entrata.
Pochi (loro) passi dopo, la ragazza mi allarma con un lamento e si accascia con le ginocchia sui mattoni ancora umidi della nebbia della notte. Accarezza il corpicino nero che ansima forte, e piange, e lui guaisce leggermente. Il guinzaglio giace a terra, srotolato e rosso.
Persone e cani si sono avvicinati attorno alla ragazza sopra al corpo del suo cane, morto in un grigio lunedì mattina di novembre, davanti a una bottega di frutta e verdura, a Venezia.

venerdì 31 ottobre 2008

Buona notte


E ritorno ancora qui, a scrivere di notte, e non chiedermi il motivo, la ragione o spiegazioni: lo faccio per sentirmi meno solo, perché spero, e un po' lo so, che qualcuno leggerà – forse. È come un grido, questa notte.
Augurare buona notte, sussurrarlo nella notte, già mi basta. Lo dico sotto voce, buona notte, mentre metto la mia roba nello zaino e me ne vado. Forse tornerò: so che tornerò. Ma intanto buona notte.
C'è poco da fidarsi, dei miei saluti, ché non sono mai per sempre. Buona notte a tutti quanti, perché è bello quando sai che c'è qualcuno a cui augurare buona notte. E se state già dormendo, buona notte ve lo dico nel silenzio, nella quiete della notte. Buona notte.
Vi saluto e me ne vado; a Venezia, questa notte. Porto giusto qualche cosa per due giorni: farò presto, poi ritorno, nel frattempo buona notte. A chiunque, ad ogni ora, il mio augurio è una preghiera, perché lunga è questa notte: buona notte.

giovedì 23 ottobre 2008

Un'ora prima di partire



Forse ti stai chiedendo che ci faccio qui a quest'ora.
Ieri sera non dovevo mangiare niente. Avevo deciso di non mangiare, perché è una mia fissazione malata: quando devo mettermi in viaggio, devo restare a stomaco vuoto già dalla sera precedente. Poi è andata a finire che sono caduto nel tunnel di Porta a porta – c'era una puntata pressoché evitabile: si parlava del jackpot da cento milioni di euro del superenalotto; però ogni tanto fantasticare fa bene (anche se io effettivamente fantastico molto di più spesso di ogni tanto), e mi sono accomodato davanti alla TV per continuare a non-guardare e a non-ascoltare, e ad usare le poche parole e le poche immagini che ogni tanto catturavano la mia attenzione come palate di carbone per alimentare il motore a vapore della locomotiva della mia fantasia (!); e poi, soprattutto, c'era, in collegamento, il superlativo prof. Odifreddi (ora che ci penso, é la seconda volta che lo trovo in collegamento a Porta a porta, e la cosa mi puzza) –, e quindi sono caduto anche nel tunnel dei taralli – Bruno Vespa non riesco a guardarlo a stomaco vuoto –, ma tutto questo non importa; quello che conta è che, sì, hai capito bene: sto per mettermi in viaggio.
Ora, non lo so a che stai pensando. Non sto andando a farmi un altra passeggiata chissà dove nel mondo, né è giunta l'ora di lasciare la casa in cui sono cresciuto, se proprio te lo stai chiedendo. Ho messo la sveglia alle 8h30 anche se l'appuntamento con il nostro autista Leonzio è solo alle 12h00, perché i preparativi sono numerosi e fare le cose di fretta non mi piace: preferisco dormire un paio d'ore di meno, alzarmi prima e fare tutto con calma. Che, poi, tutto significa: lavarmi i capelli, ed asciugarli in modo che non somiglino a quelli di Solange, come purtroppo mi è capitato ieri mattina; scegliere l'abbigliamento più appropriato nella vasta scelta di opzioni che mi si prospettano, e cioè: una maglia, scelta quindi obbligatoria, e forse due paia di jeans, comunque dello stesso colore; prendere i cd da portare in macchina (uno dei Litfiba che ho fatto io con un pugno di canzoni, quelle che mi piacciono di più, e poi, sempre dei Litfiba, Litfiba 3, gran bell'album; sì, è vero, un po' monotono, ma Leonzio ha detto che vuole solo i Litfiba, oggi); controllare se le batterie della fotocamera sono cariche; forse cambiare i lacci alle scarpe; uscire un po' prima per comprare le cartine, che stanno finendo, e forse pure una busta di tabacco – ma più che altro è una scusa per farmi due passi, visto che la maggior parte della giornata la passerò seduto in macchina, seduto ad aspettare, forse un po' in piedi, ma comunque fermo o non troppo in movimento, poi ancora seduto in macchina. E poi, sì, anche scrivere queste cose.
Tra poco sarò in viaggio verso sud, verso il Salento, verso Lecce: eh, sì, finalmente è arrivato il gran giorno anche per il nostro Raffo. No, no, non come Giacomo e Daniela, che hai capito? È un altro gran giorno, un gran pomeriggio, va': oggi Raffo si laurea! E noi tutti andiamo a vedere la sua seduta di laurea non tanto per il legame di amicizia che ci vincola ormai da troppi anni, né perché ci interessa la sua tesi su Achille Campanile, né tanto meno per fare il tifo o per vedere come va – tanto parte da 105, quindi c'è poco da fare – o per farci un giro a Lecce. Il fatto è questo: è, sicuramente, l'unica occasione che abbiamo per vedere un uomo laurearsi con la toga indosso e con il tocco sulla testa. E se quando esce non lo lancia in aria, sono cazzi suoi.
Ecco spiegato che ci faccio qui a quest'ora. Bene. Allora vado a prepararmi. È tardi. Tornerò stasera. Vado. Davvero. Ciao.

domenica 19 ottobre 2008

Orecchiette, salsiccia e funghi cardoncelli


Non è difficile, seguitemi. Prima di tutto dovete procurarvi gli ingredienti, e vale a dire:

- orecchiette, fatte in casa preferibilmente da una nonna, che ha più esperienza in fatto di sfamare bocche affamate, e ci sa fare; le mamme di oggi, invece, un po' meno: mia madre, per esempio, la pasta in casa non la sa fare, anche se sono almeno vent'anni che dice che un giorno imparerà;
- salsiccia, preferibilmente di maiale, che è più buona ed è già piccante di suo;
- funghi cardoncelli: non serve che andiate a cercarli da soli tra le pietre sulla Murgia – anche perché potrebbero capitarvi cose assurde, a cercar funghi –, visto che si possono comodamente comprare in piazza, e in questo caso non vale il discorso delle orecchiette;
- salsa di pomodoro, o pomodori pelati, o sughi pronti vari ed eventuali: quello che vi pare, purché sia: rosso; chiaramente, se è salsa, tanto meglio;
- sale, olio, peperoncino... insomma, tutto il resto.

Le quantità, si capisce, sono arbitrarie: dipende da quanto avete fame.
Allora: mettete a bollire l'acqua per la pasta, e nel frattempo, in un'altra pentola o padella mettete un filo d'olio, uno spicchio d'aglio, e portate a soffrittura il tutto. Poi, da qualche altra parte, fate a pezzi piccolini i funghi cardoncelli e la salsiccia (di maiale, mi raccomando) e cucinate pure quelli – che ne so, forse fritti, o soffritti – finché non si sente un buon profumino. Intanto l'acqua sarà bollita: buttate le orecchiette. Fatto? Bene. Ora prendete anche la salsa e mettete il tutto (pomodoro, funghi, salsiccia) nella padella (o pentola) con l'aglio soffritto.
Questo è il sugo. Fatelo cuocere un po'.
Il tempo impiegato a preparare il sugo sarà sufficiente perché la pasta sia pronta, e forse sarà pure scotta: la pasta fresca non riesco mai a capire quando è cotta, perché è sempre molliccia, sia cruda, sia scotta; ma non importa, è buona lo stesso. Dunque, scolate la pasta, versatela nella padella, rivoltatene e saltellatene l'universo contenuto, e portate in tavola piatti fondi capienti colmi, e mettete al centro della tavola un mazzo di peperoncini che ognuno dei commensali doserà in relazione ai propri gusti. Voi mettetene assai, datemi retta. Gli altri, peggio per loro: non sanno quello che si perdono.
Davanti al piatto, non abbiate fretta, indugiate. Perdetevi nei colori, appannatevi nei vapori, storditevi negli odori, fantasticate i sapori. Fatto? Perfetto: ora poche chiacchiere e datevi da fare.

domenica 5 ottobre 2008

Visita oculistica


Sono in sala d’attesa, seduto su uno dei quattro divanetti presenti nella stanza. Sono disposti simmetricamente: due contro una parete, separati da una sedia, e due contro la parete opposta, separati anche quelli da una sedia identica a questa qui accanto.
Nell’angolo che dovrebbe essere a nord, forse nord-ovest, a terra c’è un cesto di vimini che contiene vecchie riviste di gossip. Nell’angolo opposto c’è una pianta alta come una persona, le cui foglie hanno l’interno verde ed il contorno biancastro. Nell’angolo seguente in senso orario un cestino per i rifiuti. Nell’angolo che resta: niente. Sul muro della porta d’ingresso ci sono tre bacheche. Sui muri su cui poggiano i divanetti, sopra le sedie ci sono due stampe: una è un davanzale con dei vasi di fiori dei sette colori dell’arcobaleno, l’altra è una scala con i pioli dei sette colori dell’arcobaleno. Immagino che l’autore sia lo stesso, e infatti è così: si tratta di un certo Antonio Peticov.
Sul divanetto di fronte a me ci sono due donne, una giovane e una un po’ meno, presumibilmente madre e figlia, visto che le ho viste entrare insieme e che si sono sedute vicine pur avendo a disposizione altri due divanetti e mezzo e ben due sedie per mantenere un certo distacco, e visto che ogni tanto si bisbigliano qualcosa. Leggono entrambe una vecchia copia di Dipiù, e una terza copia è a portata di mano sulla sedia accanto alla madre. La figlia ha degli occhiali neri sulla testa a tenere fermi i capelli neri. Indossa una giacca nera, dei jeans, delle scarpe nere con un vistoso baffo Nike dorato; ha accanto una borsa nera che mi sembra molto più capiente della maggior parte delle borse che solitamente le donne usano. Il suo colore è chiaramente il nero; quello della madre, invece, è senza dubbio il rosso: totalizza, infatti, capelli rossi, occhiali con la montatura rossa, una giacca rossa e una borsa rossa.
È entrata una famiglia: padre, madre e figlia – una bimba che non può avere più di sei anni. Scelgono il divanetto dalla mia parte, ma la bimba inquieta quasi subito porta il padre dall’altra parte per scoprire insieme le meraviglie che il cesto di vimini nell’angolo a nord o forse a nord-ovest custodisce. Questo mi dà la possibilità di notare che il padre ha gli stessi occhiali scuri e le stesse scarpe della figlia (la Figlia Nera, figlia della Madre Rossa; non la bimba) ma le sue scarpe, invece che nere, sono bianche. La bimba mi sorride spesso con i dentini piccolini e separati e non fa che saltellare avanti e indietro tra sua madre a suo padre, che ora sono seduti di fronte, ma in posizioni asimmetriche: questo obbliga la bimba a spostarsi in diagonale: ecco spiegato perché anch’io sono nel suo campo visivo. Resta da capire cosa ci trovi di tanto divertente in me. Punto sui capelli, che, un po’ per lo shampoo, un po’ per il vento, sono lisci e sparati. Devo avere un aria vagamente folle.
La Madre Rossa fa conoscenza con la bimba e le regala una cioccolata avvolta in un incarto rosso.
Fuori ci sono: una chiesa, della gente che ci entra, della gente che ne esce, della gente che ci passa davanti, automobili parcheggiate, le fronde di un albero mosse dal vento.
Direi che ci vedo abbastanza bene e che potevo anche non venire dall’oculista. E invece hanno appena urlato il mio nome (lo studio è in fondo a un corridoio). Tocca a me.

mercoledì 1 ottobre 2008

These boots are made for walking


Caro Davide,
ti salutiamo con la nostra faccia sotto i tuoi piedi, senza chiederti nemmeno di stare fermo: puoi muoverti; e noi zitti sotto – citazione tanto colta quanto appropriata – e ti scriviamo perché avremmo delle cose da dirti: cose molto importanti riguardo il rapporto tra noi e te, che ormai va avanti da quasi due anni. Ci siamo conosciuti a gennaio 2007 durante i saldi. Il giorno dopo ci hai portati a Barcellona, e subito abbiamo capito con che razza di bastardo avessimo a che fare: per 4-5 giorni non ti sei fermato un momento, sei stato sempre a camminare e a suonare nacchere e a saltellare e poi la sera ti facevano male i piedi e dicevi che era colpa nostra. Quest'anno ci hai portati in Inghilterra: stessa storia. Per non parlare di Berlino! Credi che ce lo siamo dimenticati quel giorno che siamo partiti dall'ostello (Berlino Est) alle nove di mattina e siamo arrivati allo Zoo (Berlino Mitte-Ovest) alle due di pomeriggio e non ti sei fermato manco per comprare un tramezzino; manco per scrivere due righe su quel cazzo di Moleskine che ti porti sempre appresso; manco per comprare un souvenir; manco per riposarti, semplicemente; e alla fine, ok, ci siamo arrivati, allo Zoo. Peccato che era chiuso. E allora, ovviamente, ti rimettesti in marcia senza scrupoli di nuovo fino all'ostello. Bravo! Per non parlare delle seccanti scocciature ai check-in per colpa delle parti di ferro che abbiamo dentro (e senza le quali, te lo assicuriamo, non saremmo mai sopravvissuti alle prove di resistenza di un folle maniaco assassino come te).
Ma fosse solo questo il problema: qualche viaggetto estremo non ci spaventa. Il fatto è che lo scorso inverno ci hai portati in giro tutti i santi giorni da settembre fino a maggio. Un inverno decisamente lungo, diremmo. Tutti i santi giorni, e mica solo la sera o che ne so, se dovevi uscire per sbrigare commissioni o faccende urgenti: le Solitarie Passeggiate Intimistiche Meditative, ti facevi! Ma dove cazzo s'è mai sentita una cosa del genere? Potremmo anche rivolgerci al nostro sindacato: si tratta di abuso, di sfruttamento. Sotto la pioggia (eri pure soddisfatto quando guadavi le pozzanghere: grazie, eh!), nella neve, nel terreno, forse pure nella sabbia. Insomma, siamo arrivati a maggio totalizzando un laccio spezzato, un buco nel cuoio e un inizio di scollatura di una suola. Non so se te ne rendi conto, ma è una cosa inaudita per un paio di anfibi che non hanno nulla da invidiare a quelli che indossano i soldati sui campi di battaglia.
Perciò, visto che, dopo l'estate, lunedì sera ci siamo rivisti per innaugurare un'altra triste stagione di lavoro, e visto che la rimpatriata non è stata proprio divertente perché hai già cominciato col piede sbagliato – ah ah!, col piede sbagliato!, l'hai capita? – pestando quel torsolo di mela prima di partire – e ci siamo presi un colpo (soprattutto io, il sinistro) perché a prima vista c'era sembrata una merda di cane, e avevamo già pensato cominciamo bene... – e poi ci hai portati fino a Barletta al concerto di Piero Pelù: be', davvero carino che ci rivediamo dopo un'estate e ci porti a farci pestare e scalciare da tutta una piazza di giovani scalmanati; perciò, visto che le cose sono andate così, e siamo un po' preoccupati per quello che ci aspetta da qui alla primavera, ecco, questo vorremmo dirti: in fondo noi ti vogliamo bene, e normalmente duriamo diversi anni, molti anni, ma con te se avessimo i capelli sarebbero già bianchi, siamo stressati, abbiamo la pelle già tutta consumata, ci fanno male le suole. È una preghiera che ti facciamo: non vogliamo fare la fine di quelle Adidas bianche che avevi, quelle che si sono aperte tutte. Per favore, questo inverno trattaci un po' meglio. Lo sappiamo che nella tua testa bacata Bologna è soprattutto un mucchio di stradine che non hai ancora calpestato, ma trattieniti, resta in pantofole, studia, o almeno mettiti un altro paio di scarpe. Per piacere.
Con disperazione,
Cult destro e Cult sinistro.

domenica 14 settembre 2008

Rest in peace


Potrei gioire dell'esito del colloquio per entrare alla magistrale di Semiotica di Bologna, che è stato molto più veloce e positivo di quel che avrei mai immaginato; potrei gioire del fatto stesso che tra un po' andrò finalmente via dal nido (a vivere sotto un portico); potrei sorridere pensando alla prima sera a Milano, quando un poco discreto barista ci ha cantato il tema di Via col vento – nonché sigla di Porta a porta – mentre ci riabbracciavamo dopo ben – B E N ! – quattro – Q U A T T R O ! anni?, no, mesi?, no – giorni, mentre spazzava a terra tra i tavolini all'aperto del suo bar con le saracinesche semiabbassate, e la nebbia e lo smog e le luci fioche dei lampioni altissimi e quelle alternate del semaforo e quelle sfuggenti delle automobili, creando un'atmosfera che mi ricordava molto Casablanca, anche se non l'ho mai visto e temo che in realtà mi ricordasse molto di più La lunga notte dell'ispettore Merlo; potrei ricordare con piacere il concerto a sorpresa – nel senso che io non ne sapevo niente fino a due ore prima – di Petra Magoni e Ferruccio Spinetti alla festa del PD di Milano, o quello della Bandabardò alla Feltrinelli; potrei ridere autoironicamente del momento in cui abbiamo scoperto che Max Gazzé aveva litigato col suo manager e aveva deciso di annullare tutti i concerti in tutto il Nord Italia, tra cui quello del 12 settembre alla suddetta festa del PD per il quale ci eravamo organizzati da tempo (non che avrei mai affrontato un viaggio di 12 ore apposta per lui, però il fato volle che nei giorni scorsi fossimo tutti da quelle parti: sarebbe stato carino); potrei essere felice di aver incontrato Giulia, che non avevo mai visto così terrorizzata da una metropolitana, o forse da una metropoli; potrei essere felice di aver incontrato il cugino più grande di tutti, che mi ha portato a mangiare bene e bere meglio anche se l'idea era un aperitivo veloce e quattro chiacchiere; potrei essere tanto felice da dedicare un post al compleanno del mio babbo, che è oggi.
Potrei essere felice, ma oggi è ufficialmente il primo giorno d'autunno, o l'ultimo giorno d'estate, equinozio o non equinozio: piove, fa fresco e di certo non è quella che si suole chiamare una bella giornata. Anzi, mi sembrava bella per via del cambio di stagione e di quella predisposizione alla malinconica gioia che l'autunno porta sempre con sé per me, però poi è successo che ho letto l'ultima notizia che mi sarei aspettato di leggere in quella che speravo fosse una affascinante prima giornata d'autunno.
C'era UNA persona in cui irrazionalmente riponevo la mia fiducia, vuoi perché mi sembrava che la pensasse come me, vuoi perché sapeva farmela pensare come lui; UN uomo che ammiravo, perché non si era fatto fregare dalla favola che scrive bene chi scrive breve; UN essere umano sulla cui vita mi ero informato dettagliatamente, e non c'entra niente il fatto che la mia tesi di laurea fosse sul suo capolavoro; insomma, benché cerchi di star lontano da fanatismi e idolatrie, avevo UN punto di riferimento, ed era lui. E si è impiccato. David Foster Wallace, il più grande scrittore vivente, fino a ieri. Non lo sai, ma ti ho voluto bene. Ciao.

lunedì 8 settembre 2008

La classica buona azione


Questa che sto per raccontare è una cosa che mi è successa qualche settimana fa, ma la racconto solo ora perché me la sono ricordata l'altra notte chiacchierando con Isa prima di salutarla – è tornata a Pisa. Niente di ché, è solo un piccolo episodio curioso, e, tutto sommato, incredibilmente banale, come tutte le altre cose che ho raccontato fino ad oggi, insomma.
Ero con Michele, in giro, a fare non so cosa, non ricordo. Vicino casa sua ci sono una chiesa e un caseificio, e Michele entrò nel caseificio a comprare la mozzarella gigante che avrebbe mangiato per cena – ecco, era sera – immersa in un bagno d'olio con due pomodorini che galleggiavano come stronzi, oppure a fette, a soffocare il tuorlo di un uovo fritto. Io intanto aspettavo fuori, perché (1) stavo fumando una sigaretta e (2) l'odore troppo intenso di latticini dei caseifici mi fa schifo.
Mentre le cose andavano così, in modo statico – Michele aspettava la mozzarella; io aspettavo Michele – per tutto il tempo della sigaretta, una voce mi chiamò. O, meglio, una voce chiamò un'entità astratta, generale: giovanotto.
Mi voltai per vedere se per caso qualcuno mi avesse scambiato per un giovanotto – giovanotto! io! io sono un signore, o al massimo un ehi tu! –, e in effetti era così, ma la svista, scoprii poco dopo, era perdonabile. Una vecchina tutta arricciata allungò la mano tremante verso di me e disse: «Giovanotto! Mi dai una mano? Sono venuta a messa e ho lasciato a casa gli occhiali. Aiutami ad attraversare la strada, che non ci vedo e ho paura che mi mettano sotto.»
Aiutami. Ad. Attraversare. La. Strada! AIUTAMI. AD. ATTRAVERSARE. LA. STRADA! Roba da boyscout dei cartoni animati e dei fumetti! Aiutare una vecchietta ad attraversare la strada! La più classica delle buone azioni quotidiane che un bravo ragazzo possa mai compiere per andare in paradiso o ricevere un premio!
Normalmente la cosa mi avrebbe scocciato, ma questa non potevo proprio perdermela. La presi sotto braccio, e, un passettino alla volta, la condussi fino al marciapiede di fronte.
Mi ringraziò e salutò; io tornai da Michele, che abbracciava affettuosamente la sua gigantesca mozzarella, e gli raccontai l'accaduto. Sorrise appena, ignaro delle disavventure con le vecchiette che l'aspettavano. Ma questa è un'altra storia...

sabato 23 agosto 2008

Superme


Visto che gli ultimi giorni sono stati così pieni di eventi e impegni – cito a caso: concerto dei Gogol Bordello al Pollino Music Festival, gita a Castel del Monte, biciclettata a Lamalunga, compleanno dell'agrodolce metà, morte della nonna di un amico, rilassante assenza di Michele, realizzazione del mio primo acquerello che non è venuto così male come temevo, risoluzione del cubo di Rubik – insomma, visto che dovevo studiare e invece ho fatto di tutto tranne quello, e visto che non ho intenzione di raccontare nulla di tutto ciò perché non saprei proprio da dove cominciare; visto, poi, che da poco è partito un nuovo progetto dalle belle speranze a cui partecipo per quel che posso; e visto che ieri, con la pubblicazione del mio primo articolo, possiamo dire ufficialmente innaugurata la mia collaborazione al suddetto progetto; e visto che è anche possibile commentare; e visto, infine, che, anche se magari a nessuno fregherà niente di quel che ho scritto (o non lo capirà perché non abita qui, o non gli piacerà perché non la pensa come me), io almeno mi sono divertito a scriverlo, permettetemi, per una volta, di fare come quei blogger che riducono la loro attività semplicemente a postare un link.

domenica 10 agosto 2008

La cascata nella casa


Suonò la sveglia, aprii gli occhi e tesi l'orecchio per sentire voci e rumori dei famigliari certamente già svegli, ma non sentii niente. Era sabato, erano le 9h(qualcosa): erano già usciti. Ciondolai in cucina; trovai un sacchetto sul tavolo: dentro c'era un cornetto al cioccolato comprato dal premuroso genitore. Lo mangiai, accompagnandolo con un bicchiere di amarena fresca, solo perché volevo collaudare quei famosi cucchiaini-col-manico-lunghissimo-che-servono-per-mescolare-lo-sciroppo-nei-bicchieri-lunghi, di cui a casa non avevamo mai avuto bisogno prima di questa estate, e che ora mamma aveva recuperato dopo un raid a casa di nonna. Insomma, li ho visti lì e volevo usarli, dimenticando del tutto l'esistenza del caffè, e trascurandone senza troppi problemi il bisogno.
Tutti quegli zuccheri mi permisero di formulare una domanda che mai sarei stato capace di pormi prima di colazione.
Domanda: perché la sveglia stamattina ha suonato così presto?
Mi riecheggiò nella testa la sua voce che la sera prima aveva detto: Ho trovato una cosa per te. Domani mattina verso le 9h30 – ti faccio uno squillo prima di uscire – ci incontriamo a metà strada e te la do.
Risposta: ah, già, Rita voleva darmi un regalo prima di andare in vacanza.
Ricordai anche di avere impostato la sveglia alle 8h00, e l'idea di non averla sentita affatto per più di un'ora mi fece stare un po' meglio.
Mentre aspettavo il suo squillo, accesi il computer come tutte le mattine, comprese quelle in cui non ho bisogno di usare il computer: dipendenza.
Poco dopo, mentre tentavo di comporre una parola a scarabeo, fui distratto da un rumore molto simile a quello che fa l'acqua quando esce da rubinetti che emettono un gettito duro e irregolare come quello del bagno di servizio, e sbatte contro le pareti di plastica generalmente blu di un secchio o di una vaschetta profonda.
Allora mamma non era uscita, pensai.
Passati all'incirca cinque minuti, chiamai mamma. Il rumore non era ancora finito, e mamma non dava segni di vita. Allora mamma è uscita, pensai. Allora questa dev'essere la lavatrice, pensai.
Ero in conversazione con Isabella su Messenger, parlavamo di cose che non ricordo, probabilmente della nostra eterna sfida a scarabeo su Facebook; Rita ancora non faceva lo squillo; mamma non aveva ancora risposto, né avevo provato a chiamarla ancora. Il rumore non aveva ancora smesso. Era passato più di un quarto d'ora, già non ci facevo neanche più caso, troppo concentrato a cercare di raggranellare una parolina con quelle lettere inutili che mi ritrovavo. Poi decisi di andare a vedere che stava combinando mamma/che stava succedendo alla lavatrice/quali fenomeni paranormali si erano manifestati nel mio bagno di servizio.
Mi lasciai quasi spingere dal peso della testa lungo il corridoio senza notare nulla di strano finché non sentii il pavimento fare cic ciac sotto le ciabatte: c'era un lago che allagava praticamente metà casa (che è bella grande), compreso il letto di mio fratello (il mio, miracolosamente, no) e i pesantissimi tappeti della stanza dei miei genitori. Capii che qualcosa non andava.
Nuotai fino al bagno di servizio, mi parai davanti alla porta e un fiotto violento di acqua tiepida mi colpì in pieno petto, facendomi indietreggiare di un passo e schizzandomi vigliaccamente anche negli occhi. Ma fu solo un attimo, poi mi ricomposi, accesi la luce per vederci chiaro e per vedere se accendendo la luce coi piedi nell'acqua si prende la scossa, mi avvicinai a uno scarno fascio di tubi, trovai la manopola che chiude le tubature, provai a girarla, niente, riprovai, ancora, niente, bloccata, provai nell'altro verso. Funzionò.
Il ritorno me lo feci a dorso.
«Isabella, mia amica carissima, ho appena scoperto che la mia casa è in buona parte sommersa, e non so come comportarmi,» dissi più o meno a Isabella, una volta tornato davanti al computer.
«Non perder tempo! Asciuga tutto!»
«La carta igienica va bene?»
Disse delle cose cattive e poi mi convinse a lasciar perdere i rotoloni; allora presi tutti gli asciugamani puliti e sporchi che trovai, gli accappatoi, i teli da mare, e li sparsi ordinatamente, componendo un mosaico di tasselli che appena toccavano il pavimento diventavano freddi e scuri. Ma non servì quasi a nulla, se non a rendere il tutto più buffo a vedersi. Tornai al computer per cercare su Google informazioni sugli allagamenti ma, prima che potessi sedermi, squillò il telefono: Rita!
Dovevo prendere una decisione veloce. Se fossi mancato un'oretta, di certo i batteri sul pavimento non avrebbero avuto il tempo di evolversi in mostri sanguinari, e poi togliere gli asciugamani in quel momento era prematuro: potevano ancora assorbire molta acqua, se li avessi lasciati un po' a mollo. Deciso: la casa poteva pure marcire.
Fuori il sole batteva forte, ma riuscii a sopravvivere e arrivai da lei, chiedendomi cosa avesse mai trovato per me, e immaginando, non so perché, oggetti neri e informi: carboni, ferraglie, catrami, sassi lividi, plastiche vintage.
La abbracciai, le raccontai della casa allagata. Rise, mi diede il pacchetto, lo scartai: un costume da bagno.

venerdì 25 luglio 2008

Stile libero in apnea


Tutto ciò che serve è una buona dose di determinazione. Il compito è andare da una sponda all'altra della piscina con una sola boccata d'aria.
Appena partito, forza dell'abitudine, viene spontaneo disperdere mezzo polmone – un quarto dell'aria a disposizione – in bollicine gorgoglianti, come se il corpo sapesse che alla terza bracciata storcerò la bocca sul pelo dell'acqua e mi rifocillerò di ossigeno. E in effetti potrei farlo: «Se non ce la fate, non importa, respirate», dice l'istruttore. E non potrebbe dire altrimenti: non può chiederci di annegare. Ok, questo discorso vale per chi non riesce a trattenere il fiato per tutta la durata di percorrenza della vasca – chi se ne priva volontariamente è stupido – ma va be'. La cosa veramente interessante è questa: non c'è niente che impedisca di emergere la testa (anzi, tutto il contesto in cui si è immersi – fisicamente e metaforicamente – inviterebbe a farlo), né c'è nessuno che minacci punizioni o umiliazioni; l'istruttore non ordina di fare, ma invita a provare, e questa è la chiave del discorso. Provare: mettersi alla prova: porsi in competizione non con altri, ma con i propri limiti.
Quando questo è chiaro, serrare dietro le labbra la scorta d'aria rimasta, non cedere al solletico dell'acqua che s'insinua nelle narici, lasciar andare con parsimonia e una certa ponderazione – che inizia ad avere dell'istintivo – solo poche bolle distribuite equamente in tutta la lunghezza della vasca, trovare una volta in più la forza di spingere sotto la pancia e lasciarsi dietro masse d'acqua che nell'ultimo terzo del percorso sembrano diventare sempre più gravose, toccare con l'ultima bracciata il bordo, proprio sotto il trampolino, e poi prendere un respiro profondo e ripartire e constatare di essere in grado di farlo di nuovo, tornando indietro – tutto ciò, questa sorta di tortura che nessuno mi impone, questa assurda autoflagellazione, si rivela un'occasione d'oro per inebriare di autostima e di piacevoli sensazioni un piccolo ego ozioso, per giunta incallito fumatore.

giovedì 3 luglio 2008

Davanti alla balena


Per produrre un grande libro, bisogna scegliere un grande argomento. Nessun opera grande e duratura potrà mai venire scritta sulla pulce, benché molti abbiano tentato.
(Herman Melville, Moby Dick)

Chiamatemi Davide. Sono tre giorni che medito di parlare dell'immensa avventura che è stata Moby Dick e non riesco a portare alle dita le parole. Mi ha spiazzato, perché era completamente diverso da quel che mi aspettavo, e in un modo che mai avrei pensato.
Come disse l'esimio professore bolognese che in maggio mi insinuò il desiderio di leggerlo, «Due sono i libri di cui tutti parlano ma nessuno ha mai letto: uno è Moby Dick, e l'altro è Il Milione di Marco Polo». Poi attaccò a parlare di Marco Polo, ma intanto il germe del desiderio era stato inoculato, e così, durante il tour nella Feltrinelli Bolognese, in realtà molto più piccola di quel che immaginavo, ne presi in mano una copia dell'edizione più economica tra quelle a disposizione (quella della Bur), e dissi al mio gentile accompagnatore: «È giunto il momento di leggerlo».
A dispetto di quel che potrebbe apparire letto così, il professore bolognese non l'ho incontrato a Bologna, bensì qui in patria, nel corso di un'incursione.
Comunque, complice il tempo sfavorevole al lieto deambulare che beccai in quei giorni di trasferta, mi immersi con sincera passione nella massiccia opera di Herman Melville, e ben presto mi resi conto di quel che tutti coloro che parlano del libro senza averlo letto ignorano, e che quelli che l'hanno letto evidentemente tacciono; di ciò a cui l'esimio professore bolognese, in sostanza, alludeva: il racconto di Ismaele non è una lotta corpo a corpo tra Achab e la balena bianca lunga 700 pagine, ma, in primo luogo, un dotto trattato attorno a tutto ciò che riguarda i grandi cetacei e il mestiere della baleneria, condito di riferimenti teologici, filosofici, letterari, scientifici, sullo sfondo di una lunga ma per niente tediosa attesa dell'avvistamento finale del leviatano dalla grossa testa bianca come il latte.
Mi sono ritrovato davanti qualcosa di così grande, così fuori dalla portata delle mie idee, così innocentemente aggressivo da lasciarmi ammutolito. Leggere Moby Dick fa, immagino, lo stesso effetto che potrebbe fare, su un misero pezzo di legno che galleggia in alto mare, trovarsi davanti Moby Dick.

giovedì 26 giugno 2008

Rassegnata stampa


Vignetta di Fifo, un tizio in gamba

Questa mattina ho comprato il manifesto, e, andando verso Porta Bari, ho iniziato a leggiucchiare un po' le cose che mi interessano di più, e cioè quelle che fanno ridere.
Per prima cosa un'occhiata al titolo sulla fotografia in prima pagina, un classico. Oggi, però, c'era una foto di tre bambini rom e titolava Razza minore: riso amaro, stamattina.
Poi l'ULTIM'ORA di Daniele Luttazzi –
* Frottolo se ne sbatte.°
* Fa così caldo che ieri Sacconi mandava affanculo operai della Findus.
* Cossiga ha dovuto masturbarsi due volte questa mattina solo per far ripartire il cuore.
* Polo Nord gli iceberg che si sciolgono sono solo la punta dell'iceberg.
– che è sempre il solito Luttazzi. Risi sotto i baffi che non avevo più.
Voltai quindi il giornale (lo tenevo piegato a metà) per soffermarmi sulla vignetta di Vauro, che oggi metteva in scena un dialogo tra due uomini – argomento di discussione: le ultime epiche affermazioni del Cavaliere, ovvio.
«Berlusconi dice che i magistrati sono la metastasi della democrazia»
«E lui che propone?»
«L'eutanasia!»
Restai perplesso giusto il tempo di ricordare cosa fosse una metastasi – grazie, Michele: tutte quelle cose che studi e poi tenti di spiegarmi in fondo servono a qualcosa, a quanto pare – e risi di gusto per qualche piacevole secondo (così: «Ah ah ah ah!»).
Preso dall'ilarità, mi spostai un po' a sinistra con lo sguardo: c'erano delle scritte più grandi in corsivo.
Il ministro Maroni supera se stesso: «Prenderemo le impronte anche ai rom minorenni. E toglieremo la patria potestà ai genitori che li mandano a mendicare».
Risi ancora un po', il sole batteva forte, mi stordiva, tornai a leggere.
È la schedatura su base razziale dei bambini. Una misura che richiama un passato terribile PAGINA 5
Non era una battuta, quindi. Ci restai un po' male.

° La prima è comprensibile solo come seguito della seconda "notizia" dell'ULTIM'ORA di ieri –
* Fa così caldo che ieri Berlusconi ricusava giudici eschimesi
* Famiglia Cristiana: «Berlusconi è Frottolo, un demagogo che antepone i suoi problemi a quelli del paese, accidenti a noi che lo abbiamo fatto votare dalle beghine»
* Pacchetto sicurezza, gli extracomunitari ai semafori rimpiazzati da extracomunitari di plastica
* New York, arrestato per frode l'imprenditore Follieri, credeva di essere in Italia
– che ho potuto leggere solo stamattina sul sito internet, perché ieri ero troppo pigro per uscire a comprare il giornale, e allora ho telefonato a mio fratello che era in giro con mio padre, e gli ho chiesto di comprarmi il manifesto; m'ha risposto: «Siamo ancora a Matera, non lo so» e poi mi ha ritelefonato dopo mezz'ora per dirmi che non erano ancora tornati ad Altamura, ma erano nell'edicola di mio zio, a Matera, il quale zio sosteneva che il manifesto non fosse uscito, e la mia prima risposta fu: «Digli che mente e va' a comprarlo altrove!», ma in un secondo momento, intuendo il suo imbarazzo nel fare una cosa simile con mio zio dall'altra parte che diceva di chiedermi se volessi un altro giornale, dissi che mi comprasse Repubblica. Fu una buona occasione per leggerlo dopo tanto tempo, e devo dire che faceva cacare.

mercoledì 25 giugno 2008

Documentario dell'insonnia estiva dell'esemplare di essere umano (che d'ora in poi chiameremo D.) che popola il mio letto – Dedicato a Claudio Capone*



Aprii gli occhi nella luce azzurrina che precede l'alba; alzando appena il collo per superare l'ostacolo di Moby Dick, guardai la radiosveglia (che non funziona né come radio, né come sveglia, però almeno segna l'ora coi numerini rossi segmentati) sul comodino: segnava le quattro. Feci volare le lenzuola umide di sudore, mi alzai, percorsi il corridoio fino alla porta della cucina, aprii il frigorifero, realizzai che non c'era l'acqua, bevvi metà dell'acqua contenuta in una bottiglia che era sul tavolo e che certamente la sera prima era stata fresca, andai a pisciare, tornai a letto e chiusi gli occhi; li riaprii, guardai la radiosveglia: erano passati due minuti.
Come mi succede spesso quando non ho niente di meglio da fare, iniziai a pensare, e mi vennero in mente, una dopo l'altra, tutte le cose nuove che mi sono successe o che ho fatto negli ultimi mesi, e tutte quelle cose che invece non ci sono più. Insomma, i cambiamenti. Mi venne in mente una frase bellissima perché verissima di una mia fan di cui io sono fan –
"per le persone c'è un tempo come per i dischi, mi sa"
– che non sto qui a spiegare, perché dovrebbe esserne chiaro il senso a tutti quelli che instaurano rapporti coi propri dischi (e sono sicuro e mi auguro che chi legge le mie cose sia quel tipo di persona dotato di una sensibilità tale da dover instaurare rapporti coi propri dischi, o mp3 o che ne so). Pensai che certe persone poi magari torneranno e non mi dispiacerà, ma per ora non mi interessa; per ora no. Lentamente si facevano le quattro e mezza e poi le cinque e la luce azzurrina si tingeva poco poco di giallo. Mi apparve la donna che da un paio di mesi e anche più riesce, non so con quali magie, a tenermi legato, e non ho motivo di descriverla, perché basta dire che è meravigliosa. Pensai che ero molto diverso da quel D. dell'inverno appena trascorso; lo pensai mentre con la mano mi sfiorai la bocca e mi ricordai di non avere più i baffi, ma solo il pizzetto, proprio com'ero negli ultimi due anni di liceo, e anche tutta quella criniera leonina di capelli che il mio barbiere si ostinava a non volermi tagliare, li avevo tagliati**. Il cambiamento non era solo questione di aspetto fisico: non avevo più voglia di birra o di caffè, e avevo anche quasi smesso di fumare; mangiavo di più e meglio: facevo addirittura colazione e cena – pasti che ho saltato o quasi per molti anni. Sorridevo di più.
Già le 5h30 e io ancora non mi riaddormentavo; stavo diventando nervoso, il letto era tutto un vortice di pieghe di cotone. Sorrisi pensando a Raffo che scriveva la tesi e presto si sarebbe laureato anche lui; e a Michele che due ore più tardi sarebbe salito sul treno per andare a dare un esame e poi avrebbe ricominciato a studiare e ne avrebbe avuto ancora per qualche anno; e a Gianni che, preso da una delle sue periodiche manie ossessive, stavolta studiava come ipnotizzare la gente per motivi che io so e voi no. E io? Io sono mesi che osservo. La luce era gialla, e lo si vedeva non tanto dalla finestra, che si affacciava sul muro bianco di un atrio, quanto dalla porta, dalla quale si vedeva il muro del corridoio illuminato dalla luce che passava attraverso la finestra del terrazzo***; era proprio gialla. Erano quasi le sei, e non sapevo più che pensare: tanto valeva alzarsi e rassegnarsi al fatto che mercoledì 25 giugno sarebbe stato un giorno lungo. Indugiai ancora un po': in fondo, che fare a quell'ora?
Le sei e dieci si avvicinavano. Di riprender sonno non se ne parlava proprio. Pensai che l'aria era ancora fresca e molto più piacevole di quella di altre ore del giorno, e così, forse, avrei potuto vestirmi, prendere la macchina e andare a correre in campagna un'oretta; e, al solo pensarlo, mi riaddormentai.

* Claudio Capone, grande doppiatore scomparso il 23 giugno 2008, è stato, tra le altre cose, la più bella voce narrante dei documentari di Quark e SuperQuark e del video sotto il titolo, perciò chiedo di immaginare che sia la sua voce a leggere questo post.
** Ci sono riuscito con una strategia che ha dell'intelligente: invece di andare dal barbiere all'apertura, quando c'è solo Massimo (quello che non vuole tagliarmi i capelli) ho deciso di andarci più tardi, verso le cinque di pomeriggio, quando arriva anche Marcello, l'altro barbiere, e sperare che mi toccasse andar da lui. Ho aspettato un bel po', ma alla fine mi è andata bene. Ho detto: «Taglia tutto», e lui ha risposto: «Ok», e ha tagliato tutto senza battere ciglio, mentre Massimo ogni tanto mi lanciava occhiate malvagie. Sono un genio.
*** La finestra della mia stanza guarda a est verso il muro dell'atrio che è a un paio di metri di distanza da essa, e all'alba ha il sole alle spalle, quindi la luce non batte direttamente su di esso almeno fino alle nove; la finestra del terrazzo, invece, si apre a sud, ma già all'alba la luce entra in casa, perché la facciata del condominio (e con essa anche la finestra del terrazzo) è esposta di qualche grado a oriente.

sabato 7 giugno 2008

Incontri ravvicinati di primo grado


Bologna. Di come ho fatto silenziosamente irruzione nella vita altrui, voglio parlare. Non dell'università, delle due torri, di bagordi, della mistica seppur fugace visione del Lupo o dei pomeriggi con Petrof, ma del mio ingresso in quella casa sotto un portico dove mai Lucia avrebbe pensato di conoscermi.
Non ci vedevamo da dieci anni: da quella volta che dovevo scegliere se iscrivermi al tecnico o allo scientifico e lei venne a consigliarmi il classico – poi non le diedi retta, e non so se sia stato un bene o un male. Ora, a mala pena ricordavo il suo viso, e lei non avrebbe potuto mai indovinare la mia voce.
La prima vista fu sorpresa. Ad aprire la porta venne un viso familiare e allo stesso tempo nuovo, un po' per l'oblio di certi tratti, un po' per la levigatura operata da dieci anni di vita che non potevo immaginare.
– Sei fatto grande! – disse. – Ma il viso è sempre lo stesso di quando eri bambino.
In quei giorni mi ha parlato molto di sé; molte cose mi ha detto, altre le ho capite. Parlava tutto: il suo viso, i suoi gesti, la sua voce, la sua casa, le sue tazze, il suo frigo, i suoi dischi, i suoi libri, i fogli sparsi sul letto e tutte le tracce di presenze assenti. Bastano pochi minuti per conoscere l'altro, a chi è disposto a mettersi da parte.

Pioveva sempre. Passai buona parte del tempo seduto a gambe incrociate sul divano rivestito di lenzuola arancioni a leggere Moby Dick – era arrivato il momento: prima o poi avrei dovuto leggerlo – o a sonnecchiare o a meditare; e pensavo a quanto fosse buffo avere una cugina che sembrava un'estranea, e mi chiedevo se anche lei avesse capito qualcosa di me oltre quel poco che le raccontavo, e cosa. Non faceva tante domande, né io ne facevo a lei.
Pensavo ai miei ultimi dieci anni. Quante cose ho fatto, quante ne avrei volute fare, quante me ne sono successe, quante ne ho viste accadere: quante cose cambiano in dieci anni! E quanto cambia la vita di ogni singolo uomo! Che ricchezza sarebbe, poter sapere quel che accade anche solo in un giorno a ciascun abitante del pianeta. In un giorno ci sono 24 ore per ciascuno: un tempo infinito.

Ero comparso dal nulla, da un mondo che non era il suo, in un mondo che non era il mio: un intruso, un fastidioso disturbatore della quiete che aveva costruito per ritagliarsi dal mondo e dedicarsi agli impegni da cui era presa costantemente. Non aveva molto tempo per badare a me.
Eppure, mi sentivo a mio agio. Certe cose a volte succede di capirle prima di rendersi conto di averle capite. Sto bene con chi sta bene con me.
Questo pensiero mi rassicurò un poco. Poi me ne andai, silenzioso come ero arrivato.

giovedì 27 marzo 2008

Vota il Papa


Stamattina mi sono svegliato all'alba nel fragoroso tuono di un peto impetuoso, sono andato in bagno in tutta fretta ad alleggerirmi di ogni impurità, ed è stato in quel momento di mistica catarsi che mi sono illuminato e ho trovato la soluzione a tutti i problemi della nazione, e forse dell'intero pianeta: un nuovo partito: un partito nuovo: il Papa.

Il Papa, il Partito anarchico del paradosso e dell'assurdo, troverà la soluzione ad ogni problema mettendo in discussione ciò che funziona bene, risponderà con interventi inutili alle richieste urgenti di sostegno, aiuterà i disoccupati a non perdere il posto in lista d'attesa, si impegnerà a mettere in atto efficaci attentati all'identità nazionale e a tutte le identità territoriali, smantellerà il sistema economico, crocifiggerà le scuole, ridurrà il numero di settimane nei mesi per venire incontro a chi non ce la fa con lo stipendio, e potrei continuare, ma mi fermo qui, anche perché il Papa in realtà non ha un programma. E se pure ce l'avesse non lo rispetterebbe.

Il Papa non sta né a sinistra, né a destra, né al centro: il Papa occupa tutto il Parlamento.

Io, in quanto fondatore e presidente e candidato premier del Papa, non sono tenuto a fare un cazzo, ma mi offro volontaro per andare a Porta a porta a sedermi al contrario sulla poltrona, ruttare, grattarmi le ascelle se mi prudono, chiamare baby le donne qualche volta ma non sempre, rispondere alle domande di Bruno Vespa con discorsi senza capo né coda né niente di intellegibile in mezzo, fare pernacchie a Renato Mannheimer e recitare le poesie di Giovanni Pascoli.

Vota il Papa: sarebbe divertente.

domenica 16 marzo 2008

Allucinazioni da overdose di kebab


Sottotitolo: Un cocktail letale di döner e dürum kebab con cipolle (entrambi)

Un giapponese a Berlino fa il solletico a una panca con le dita dei piedi, quando passano due mani e una tastiera, che, ticchettando, vanno via. La dimensione del suono si attorciglia in un viavai di parole pacchianamente variopinte, e granitiche, sulle quali si è infranta quella che una volta era una lampada ed ora è una statica esplosione di vetro e luce: un fotogramma, un frame asportato dall'ordine di successione spaziotemporale del suo movimento esplosivo, e appeso al soffitto, incastrato per sempre, bidimensionale da ogni angolazione.
Che cos'è più naturale, in un simile scenario, di una signora attempata coi capelli cotonati e un tailleur verde di velluto che, inforcati gli occhiali da ipermetropia, naviga sull'internet col suo Mac? Ovvio: una signora così, ma con in più le calze verdi più verdi del tailleur e due vivaci scarpette rosse da ballerina.
È accanto a me, e, lentamente levitando, vola via e scompare, lasciando la pelle del divano a modellarsi in umanoidi sembianze con rotocalco in dotazione. Sui vetri maturano frutti di bosco gialli rosa indaco e blu.
I libri, animati dalle esalazioni etiliche (impercettibili per l'uomo) provenienti da una bottiglia di birra nelle mani di un'asiatica, tirano fuori le zanne e sbattono le pagine come le ali le galline nel pollaio.
Temo il peggio, quando, inaspettatamente, l'ambiente si fa pregno di un'aura luminosa che ammansisce tutti i corpi, e il deforme si fa bello. L'estasi dilata il tempo, ed è l'ovvia conseguenza della presa di coscienza di ciò che ho sempre saputo e che ora solamente, con palpabile evidenza, mi si rende manifesto per gonfiarmi il cuor di calma e fiducia nel futuro: in due settimane all'estero non ho incontrato neanche un napoletano.

Berlin, giovedì 13 marzo 2008

giovedì 28 febbraio 2008

Saluto per motivi di salute


Pensavo che dopo la laurea mi sarei annoiato tanto e avrei avuto solamente tanto tempo vuoto da riempire riposandomi, e invece mi trovavo con un sacco di roba da fare in troppo pochi giorni: la festa di laurea dal Corvo, i cui protagonisti furono i manicaretti dello chef Angelo e i fiumi di Anarkos, un vino contro; una noiosa intervista al presidente di un'associazione di categoria con l'hobby di offrire caffè a tutti (anche per telefono: «Ciao! Se vuoi un caffè, vieni qua! Te lo offro io!»); l'incontro a lungo atteso e ripetutamente rimandato e infine riuscito con una delle mie cugine più care, che non vedevo da tanti anni: uno di quei rari casi di parenti che non sono solo parenti; le commissioni in segreteria per Michele (perché, giustamente, ora che sono ufficialmente un disoccupato dò una mano alla comunità sbrigando la burocrazia mentre lor signori studiano diligenti), per colpa delle quali sono dovuto andare al Policlinico proprio in quel giorno in cui la famosa mamma doveva riconoscere i famosi corpi dei famosi bimbi, e io non me lo ricordavo e così, vedendo tutte quelle pattuglie della polizia e dei carabinieri e quella piccola folla di persone che mormoravano, non capivo cosa stesse succedendo, finché – mentre un tizio che andava di fretta mi è venuto addosso quasi spezzandomi la sigaretta con la sua borsa di pelle, ammonendo: «Attenzoneattenzioneattenzioneattenzioneattenzioneattenzione» come se fossi stato io a travolgerlo e non il contrario, o, meglio, come se fosse del tutto normale che, per il solo fatto che egli dicesse così tante volte attenzione, io dovessi evitare che lui mi travolgesse, e mentre leggevo sul palazzo di fronte a me la scritta "MEDICINA LEGALE" e pensavo «Mh! Perché, c'è anche il reparto MEDICINA ILLEGALE?» – sentii delle signore che dicevano: «Eh, povera madre, che deve riconoscere i figli», «Sì, sì... secondo me è sicuro che è stato il padre, e se non è stato lui, allora è una disgrazia» e altri commenti simili che però ho sentito solo a metà, e da ciò capii cosa stesse accadendo, e assicuro che trovarsi spettatore involontario di un fatto di (presunta) cronaca nera alle 9h30 di mattina non è affatto piacevole: fa salire la colazione, persino a me che non la faccio (e che culo che quella mattina non c'era niente che mi andasse di mangiare, perché mi era venuto in mente di seguire il consigli di mia cugina e abbuffarmi!); salutare il meraviglioso Augusto Ponzio, che ha detto di aver apprezzato la mia performance (la discussione della tesi: performance è più corretto) «Per via di quella tua nonchalance: sembrava che non te ne fregasse niente»; giocare a scarabeo su Facebook con Isahermosa, ché quel gioco non sembra, ma porta via tanto tempo; e poi le elezioni e la campagna elettorale e Walter Veltroni e Silvio Berlusconi e Fausto Bertinotti e Sanremo è Sanremo e gli auguri per strada dagli sconosciuti ancora dopo una settimana e questa maledetta primavera che si avvicina così bella e invitante e poi quando finalmente pensi che ci sta sul serio e inizi a spogliarti lei se ne va e ti lascia col mal di gola e tutto il resto, e tanto altro ancora.
Insomma, basta! Qui si rischia di impazzire! Nel borsello ho messo tutto: domani me ne vado. Prima Inghilterra, poi Germania.
Adieu!

martedì 19 febbraio 2008

Mens sana in corpore sano


Mesi e mesi curvo sul laptop a scrivere una tesi di laurea che fosse semplice alla lettura e profonda nei contenuti, com'era giusto che fosse, ed ero diventato un rottame pesante e disagile: sentivo scricchiolare la schiena ogni mattina, scendendo dal letto, ed ogni sera, infilandomi il pigiama – sì, avevo anche ricominciato a usare il pigiama, perché col freddo mi dolevano le ossa – e stendendomi sul letto, e mi muovevo più faticosamente, non riuscivo più a fare la ripida salita che porta da casa mia a casa di Filippo fumando una sigaretta e arrivando senza affanno, e poi ero stressato e avevo notato che mi veniva mal di testa ogni volta che un essere umano apriva bocca, così, con l'intenzione di rinvigorire il corpo e distendere la mente, il primo di febbraio, contraddicendo tutta la mia ideologia (e devo ammettere che contraddirmi mi provoca sempre un certo piacere), venendo meno ai miei principi, mi iscrissi in palestra. Tre volte alla settimana, e dopo due settimane già vedevo dei risultati: non mi facevo più spingere verso il pavimento dai manubri da 5 kg, il bilancere non minacciava più di ghigliottinarmi, non mi si annebbiava più la vista quando facevo stratching.
Tutto sommato mi piaceva. Ci ero già stato quando avevo 15-16 anni, e il padrone, nonché personal trainer di tutti, nonché maestro di vita, nonché uomo più buono al mondo, mi riconobbe non appena varcai la soglia, mi salutò con un sorriso entusiasta, esclamando: «HEHEHEHE! DAAAVID!», e mi strinse vigorosamente la mano. Mi iscrissi per tre mesi, sapendo che, a differenza di tutte le altre palestre, oltre ad avere la guida dell'uomo più buono al mondo, avrei avuto anche la possibilità di presentarmi a qualunque ora, e non solo in una fascia oraria concordata. Sapevo già che i momenti in cui la palestra è più frequentata sono quelli dalle 17h30 alle 20h30, e sapevo già che avrei dovuto evitarli, se volevo portare a termine i miei esercizi in tutta tranquillità. Ci andavo, quindi, dalle 16-16h30 alle 18-18h30. Avevo anche considerato di andarci di mattina, sicuro che ci sarei stato solo io e avrei avuto tutta la palestra a mia disposizione, ma non ho mai avuto la forza di svegliarmi in tempo, eccetto un giorno in cui, però, un improbabile incidente sulla strada mi tenne fermo una ventina di minuti, quindi niente più.
Ora, tutto liscio fino a quando un giorno Michele mi chiese di accompagnarlo a Bari a fare non so cosa nelle segreterie del Campus e del Policlinico: andammo in pullman, perché il pullman partiva 10 minuti prima del treno e ci portava più vicini al Campus, ma il pullman arrivò con circa mezz'ora di ritardo; sul pullman Michele si accorse di aver perso il biglietto, così scendemmo alla prima fermata a Bari, dove scendevano tutti i fuori sede con le valige e liberavano lo spazio per far girare il controllore; scesi, Michele trovò il biglietto: era esattamente dove l'aveva cercato; «Prendiamo l'autobus,» disse, e andammo alla fermata dell'autobus, dove incontrammo Giusi che andava a casa di Pamela e ci chiese di prendere il suo stesso autobus: lasciammo andar via il 10 (il nostro) e scoprimmo che il 6 non ci serviva e sarebbe passato dopo mezz'ora; «Michele, basta: andiamo a piedi,» dissi, e lascaimmo Giusi al suo destino; arrivammo infine al Policlinico, Michele fece quel che doveva fare, poi andammo al Campus, dove il segretario disse che quello che Michele voleva che lui facesse era di competenza della segreteria del Policlinico, benché, analizzando logicamente il problema, ci era sembrato ovvio che fosse di competenza della segreteria del Campus; lasciai andare Michele al Policlinico e me ne andai al centro a chiacchierare con una buffa signora in un bar nei pressi dell'Ateneo.
Insomma, quel pomeriggio ero a pezzi e decisi di indugiare un po' prima di andare in palestra. Arrivai che erano le 18h00, e c'era un gruppetto di ragazzini che di solito arrivava mentre io andavo via. Erano tre: un tizio biondino, uno alto e magro e uno con gli addominali da pastasciutta. Mi erano sempre stati antipatici anche se non mi avevano mai fatto niente, semplicemente per i loro atteggiamenti, per i loro sguardi, per le loro voci, per i loro corpi.
Dopo quel giorno, mi stavano sul cazzo. Punto. Era chiaro, dal loro fisico, che non facevano esercizi in modo equilibrato, visto che avevano gambe scheletriche e braccia da culturista, e stando tra loro ne capii finalmente il motivo.
«A ciàk serv cudd?*» chiese il biondino.
«Boh...» fece quello alto e magro scrollando le spalle possenti, rischiando di spezzarsi il collo.
«Va be', proviamo...».
Era chiaro che la loro competenza era nulla e che il loro interesse era scolpirsi il petto e ingrossarsi le braccia, e lo facevano senza alcun criterio: di solito si fanno due serie da 12-15 oppure 15-20 ripetizioni per esercizio, a seconda dell'esercizio. Due di loro, invece, il biondino e quello con gli addominali da pastasciutta si piazzarono sulla panca del bilancere e, alternandosi, fecero 6 serie ciascuno: roba da matti. E, soprattutto, roba da farmi andare fuori dai gangheri, perché la panca serviva a me.
Mentre aspettavo che la liberassero, vidi una panca piana libera, e pensai innanzitutto che era un miracolo, e poi che un po' di addominali in più non mi avrebbero fatto male, visto che prima i ragazzi avevano occupato per 20 minuti le panche piane per gli addominali e io avevo dovuto fare i miei esercizi su una panca piana per bilancere, in una posizione così scomoda che non sto a descriverla, e con risultati non troppo buoni. Mi incamminai verso la panca piana. Alle mie spalle sentii un fruscio, poi intravidi una figura alta e magra divincolarsi tra un energumeno e la Leg Curl. Mi passò accanto urtandomi e quasi inciampando, si sedette sulla panca libera guardando a terra e respirando profondamente, poi mi guardò; lo guardai con uno degli sguardi più rabbiosi del mio repertorio.
«Mica dovevi usarla tu?» chiese candido.
«No, no: facevo due passi» risposi semiotico.
«Ah, ok» disse ottuso, e si distese. Andai a fare un giro.


*Quali muscoli permette di sviluppare quell'attrezzo che si trova là dove io sto indicando?

venerdì 8 febbraio 2008

Errore di sistema


Riconoscere un errore è una cosa ben diversa dal correggerlo. È per questo che mi sembra di vivere in un mondo sbagliato, in una società che sembra quasi tovare un gusto perverso nel comportarsi male per poi riconoscere i suoi errori e non correggerli mai. Non che io non ne commetta, ma almeno provo a cambiare!
Forse è più efficace dire così: riconoscere un errore non significa averlo corretto.
Mi viene da pensare che, come molte altre, anche questa assurdità della nostra società, e degli italiani soprattutto, sia da imputare alla Chiesa, alla confortante e stupida pratica del sacramento della confessione, grazie al quale è sufficiente riconoscere i propri errori e recitare due preghiere per uscire a cuor leggero dal confessionale. Ma non mi va di scrivere contro la Chiesa: è una cosa noiosa e inutile. Non ci vuole molto a capire che la Chiesa è una cosa sbagliata, ma tutti si fermano a riconoscere l'errore e nessuno fa niente per correggerlo.
Così come non mi va di sprecare parole per la Chiesa, non ne voglio sprecare neanche per parlare di politica o di economia. In realtà non mi va di fare proprio nessun esempio, visto che il concetto è abbastanza chiaro, mi pare, e dovrebbe essere alla portata di tutti: si tratta solo di riconoscere un errore.
La questione che più mi preme è un'altra: far riconoscere agli altri i loro errori è giusto? È utile? È sufficiente?
Che sia giusto, non mi lascia molti dubbi. Ce n'è solo uno, ma è bello grosso: la persona a cui faccio notare un suo errore potrebbe legittimamente rispondermi di essere convinta che il suo comportamento sia giusto, e magari argomentare la sua tesi con motivazioni più o meno condivisibili. In tal caso, chi sono io per imporre a qualcun altro la mia (giustissima) Weltanschaung?
E, ammesso che riconosca l'errore, sarà servito a qualcosa, o avrà solo riconosciuto un errore come fanno tutti quotidianamente? In tal caso sarebbe solo una perdita di tempo e di energie, e ciò mi sconforta e mi fa pensare che forse non è sufficiente far riconoscere agli altri i loro errori, ma bisognerebbe anche indicar loro il modo di correggerli, e questo significherebbe: 1) intromettersi nella vita degli altri in modo fastidioso; 2) rischiare che essi divengano dipendenti da me (il che sarebbe un ulteriore loro errore); 3) rischiare (e dico rischiare grosso) che io mi ritrovi a dover aiutare tutti a tempo pieno, col rischio di non avere più tempo a sufficienza per correggere i miei errori (a meno che non si prenda in considerazione la cosa sotto quest'altro punto di vista: se non mi rimane tempo per le mie cose, in teoria non dovrei neanche avere il tempo di commettere degli errori, quindi sarei esonerato dall'obbligo di riconoscerli e di porre loro rimedio. Ma anche non vivere affatto la mia vita per vivere quelle altrui potrebbe essere un errore, e in tal caso sarei l'unico a non riconoscere i miei errori, visto che non ne avrei il tempo).
Tutto questo, infine, contrasta con la mia convinzione che vivere pensando solo a sé stessi sia un grosso errore, e ciò mi fa andare in crash.
Avrei dovuto nascere nel futuro.

lunedì 28 gennaio 2008

Due brevi considerazioni curiose sul mare che ho scritto su due panchine in due punti del lungomare di Bari diversi e distanti tra loro


Il mare è una cosa che non si può dire: si può solo star seduti su una panchina del lungomare di Bari e guardarlo tentare inutilmente di venirti incontro, infrangersi sulla barriera di parallelepipedi di cemento e riprovarci ancora e ancora. Forse il mare è stupido, forse no. Forse è convinto di poterci riuscire, e non si arrende.
Dice: «Io sono più vecchio degli uomini».
Dice: «Io sono più vecchio del cemento».
Dice: «Io affondo le navi e ingoio i marinai».
Dice: «Io sono eterno, il cemento no».
I lampioni neri di ferro, i più bei lampioni del più bel lungomare del mondo, guardano il mare e sanno che un giorno verrà ad arrugginirli, ma la cosa non sembra preoccuparli: stanno lì, tranquilli; mica scappano...
I lampioni stanno fermi e un giorno moriranno. Il mare non si fermerà mai e non morirà mai.
Chi è lo stupido: il mare o i lampioni?
Non lo so, ma una cosa è sicura: un giorno il mare spaccherà il cemento e arriverà sul lungomare. Quel giorno, spero di non essere su questa panchina.

°°°

La cosa brutta del mare è che, dove ci sono i pescatori, puzza sempre di pesce. La cosa bella, però, è che, dove ci sono i pescatori, puoi vedere il mare che fa dondolare le barche e loro che se ne fregano e camminano e saltellano come se stessero facendo una tranquilla passeggiata sul lungomare. Passano le giornate a fare il miracolo di camminare sull'acqua, e non lo so come ci riescono, ma li ammiro per questo.
Forse i pescatori hanno capito molto bene che l'uomo è quasi tutta acqua, e si sentono acqua, perciò si muovono come l'acqua. Forse il loro carbonio lo spingono qua e là per il corpo come il mare fa coi relitti e le carcasse dei naufraghi.
Boh! Resta il fatto che, dove ci sono i pescatori, il mare puzza di pesce, e forse è meglio cercarsi un'altra panchina.

venerdì 25 gennaio 2008

Il prezzo di una foto

Acrilico e matita su cartoncino 25 x 35
470 euro
(sulla "a" c'è una pecetta)
Rubata

Ero seduto a capotavola con un gomito sul tavolo, di tre quarti, e seguivo con gli occhi i bambini che andavano qua e là per la stanza come le palle sul tavolo da biliardo all'inizio della partita.
Ridevano, saltavano sul divano, aprivano i cassetti, spostavano le sedie, si tiravano, facevano le smorfie, mi lanciavano palline di carta: erano un terremoto. Non potevo fare a meno di sorridere, neanche quando dovevo recitare la mia parte, borbottare: no, state fermi, non si tocca e non si fa.
Il più grande, che stava in piedi su una sedia e frugava in uno stipo più in alto delle sue spalle, esclamò un lungo iiiiiiii e per un istante sembrò fermarsi il tempo, non correva e non schiamazzava più nessuno, le testoline erano tutte girate verso l'alto e trattenevano il fiato con le bocche socchiuse.
Ma, come ho detto, fu un istante: non ebbi il tempo di assaporare la quiete, che già si stavano rincorrendo alla conquista del tesoro appena portato alla luce.
Ora non borbottavo più, e non vigilavo sui loro danni come prima: anch'io correvo, con gli occhi, dietro al tesoro; ero curioso di sapere cosa fosse, anche perché, se la memoria non mi ingannava, in quello stipo c'erano solo scodelle e altri contenitori di plastica, che, per quanto possano stimolare la fantasia di un bambino di undici anni, di certo non sono il genere di oggetti che gli fanno fare iiiiiiii. E così, a mala pena percepivo le scimmiette che affondavano i cuscini del divano, spingevano sul baratro il telefono, sfioravano gli spigoli con le tempie, tendevano agguati girando nel senso contrario attorno al tavolo, e le loro urla erano lontane e dilatate.
Mi stava venendo mal di testa.
Alla fine il grande si decise a passarmi davanti, e finalmente scoprii cos'aveva in mano e sfogliava violentemente mentre correva. Mi alzai, lo presi per le ascelle e lo misi a sedere sul tavolo.
«Silenzio!»
Silenzio.
Sfogliai uno dei due album di fotografie. Non erano ingiallite come temevo (o forse speravo) di trovarle dopo tutti quegli anni, e ritornai a tanto tempo prima, quando avevo poco più di vent'anni ed ero a un mesetto dalla laurea – la prima laurea.
«Chi è questo buffo nel letto?»
«Come, chi è? Non lo riconosci?»
«Sei tuu!»
«Io?! Ah ah ah! Ma io non ho i capelli biondi!»
«Ce li hai bianchi!»
«Prima erano castani.»
Stavano tutti e otto attorno al tavolo a guardare in silenzio (più o meno). Io sfogliavo le foto e loro facevano domande che mi facevano tornare indietro nel tempo; alzavo gli occhi e raccontavo.
«Allora, chi è?»
«Questo qui... è Gianni!»
«See...! Senza baffi?!»
«Ah ah! Sì, da ragazzo non li portava...»

Mi ricordavo persino il giorno che andai a ritirarle dal fotografo.
«Il fotografo era Nicola, un mio cugino, e dissi a mia madre: quanto costeranno?, 50 centesimi? Per 63 foto?»
«50 centesimi!»
«50 centesimi?»
«Quanti sono 50 centesimi?»
«E mia madre diceva: no, costeranno di più; e io: un euro? E lei: noo, staranno anche due euro l'una...»
«Quanto costa una foto?»
«Quanto fa due euro per 63 foto?» chiesi al grande.
«Mille!» esclamò la piccolina.
«Fa centoventiseeei» fece il grande, e mi guardò aspettando la mia conferma. Non riuscii a non sorridere.
«Bravo: centoventisei. Che cosa stavo dicendo...?»
«Nonna!»
«Tua madre!»
«Le foto!»
«Centoventisei!»
«Ah, sì. Allora, dissi a mia madre che non avevo tutti quei soldi, e lei disse: se vuoi, posso contribuire con 15 euro.»
«Che significa "contibrumire"?»
«Che mi regalava 15 euro.»
«Aaaaah!»
«Io lo sapevo già!»
«E poi?»
«Non ho capito...»
«Ha detto che significa che gli regalava 15 euro.»
«Mi contribrumisci?»
«Allora andai dal fotografo—»
«Tuo cugino?»
«Sì, mio cugino. Entrai e c'era una ragazza, e gli dissi: devo ritirare 63 foto; e la signorina disse: vado a chiedere quanto costano a Nicola.»
«Nicola è tuo cugino?»
«Ma i cugini sono i figli degli zii?»
«Sì, sì. Poi la signorina tornò, e io avevo paura: se diceva che costavano centoventisei euro, restavo senza soldi.»
«E come dovevi fare?»
«Dovevo lavorare!»
«See...! Tu mica lavori!»
«Appunto! E invece la signorina disse—»
«Quanto costavano?»
«—15 e 75—»
«15 o 75?»
«—ma per te vengono 13 euro!»
«Costavano poco!»
«Sì, e avevo guadagnato pure due euro!»
«Perché?»

Non riuscivo a smettere sorridere.

venerdì 11 gennaio 2008

Una stupida storia


Quello stupido di Piero se ne stava seduto con le stupide gambe incrociate sopra una stupida panchina di pietra dentro una stupida piazza piena di stupide panchine di pietra su cui stavano sedute altre stupide persone che mangiavano i loro stupidi panini o le loro stupide focacce, e scriveva (qualcosa di stupido, probabilmente).
Poi prese uno stupido pacchetto di sigarette e uno stupido accendino, tirò fuori una stupida sigaretta dallo stupido pacchetto, si stupì – stupido com'era – che, allo stupido tatto, la stupida carta giallastra dello stupido filtro fosse di una stupida frazione di millimetro più grossa della stupida carta bianca che avvolgeva lo stupido tabacco, e, prima che l'accendesse, squillò lo stupido cellulare: era il suo stupido padre, che gli chiese qualcosa di stupido e gli disse qualcosa di stupido.
Quindi con lo stupido accendino accese finalmente la stupida sigaretta e respirò lo stupido fumo per qualche stupida boccata senza toglierla dalla stupida bocca, poi la prese e con le stupide dita la scosse per far cadere la stupida cenere, e si ricordò di uno stupido libro di uno stupido scrittore della sua stupida città che aveva letto qualche stupido anno prima, e questa stupida cosa gli fece tornare alla stupida mente lo stupido ricordo di quando incontrò quello stupido scrittore e gli fece degli stupidi complimenti per il suo stupido libro e lo stupido scrittore gli disse uno stupido «Grazie» e aggiunse stupidamente che lo stupido Piero probabilmente era l'unico stupido concittadino ad aver letto il suo stupido libro, e si disse stupidamente sorpreso e felice di questa stupida nuova esperienza – lo stupido incontro con una stupida persona che fosse allo stesso stupido tempo un suo stupido lettore e uno stupido abitante della sua stupida città.
E mentre lo stupido Piero scriveva, la stupida aria divenne improvvisamente e stupidamente più fredda, così lo stupido (Piero) si ricordò di essere nello stupido mese di Gennaio e pensò che rimettersi lo stupido cappotto che aveva stupidamente tolto e stupidamente appoggiato sulla stupida panchina di pietra non fosse un'idea tanto stupida.

giovedì 3 gennaio 2008

Mai Natale più buono – secondo tempo


Le feste sono finite, ora si lavora, hai una tesi da scrivere, una laurea da prendere, una fuga da vivere, e a che pensi?
«Mh
Poi capodanno è andato e tutto sommato è stato bello: ti sei rincoglionito con sostanze di cui potevi fare tranquillamente a meno e ti sei ritrovato a star seduto per ore a percepire il movimento di troppe decine di sconosciuti che hanno invaso la casa della bimba che diceva d'amarti e invece voleva solo... non so: non le capisco, certe cose. Ti sei beccato gli auguri di chi non ti conosce e li hai presi per veri, come se davvero la gente in quella notte fosse più generosa, almeno emotivamente, e davvero volesse il meglio per il tuo 2008, senza quella falsità che invece hai usato tu ricambiando gli auguri e pensando: «E questo chi cazzo è?».
«Mh
Quella notte, poi, pensavi di aver fallito la cosa più importante, che non era mostrarsi entusiasta per l'inizio dell'ennesimo stupido anno, ma un compleanno che non avrebbe avuto precedenti, una cosa che volevi fare perché sarebbe stata troppo bella, ed era tutto pronto da quasi un mese, nella tua testa, e lo è stato fino all'ultimo momento, e poi niente. E invece è andata bene lo stesso (anzi, è stato meglio: è stato perfetto), perché la sera del primo di gennaio, con un pizzico di fortuna e grazie all'ospitalità di Daniela (ok, è scorretto dire così, visto che era anche casa di Patrizia, però l'hai presa per il regalo che le avevi chiesto – a Daniela; a questo punto è bello che rimanga il mistero su cosa le avevi regalato/qual era il regalo che speravi ti facesse –, e quel commento è un prezioso extra, il bigliettino d'auguri sul regalo), grazie a quella casa che è più accogliente dello squallido locale e dell'ancor più squallido monolocalgarage, sei riuscito a realizzare quella festa di compleanno che, per l'invadenza del capodanno, non aveva mai avuto tempo, ed è stato troppo bello, vero?
«Mh
Poi l'hai salutata: è tornata a Roma; e poi l'hai salutata: è volata a Birmingham. E quante altre persone lascerai andar via questa settimana—
«Mh
—senza dire niente?

venerdì 28 dicembre 2007

Mai Natale più buono – primo tempo


Chi l'avrebbe detto! Questo Natale sono più buono davvero. Forse perché sto diventando una persona qualunque: di solito a Natale sono più cattivo, perché per tutto il resto dell'anno sono buono; quest'anno, invece, sono stato stronzo e anche stupido a sufficienza: una persona qualunque. Codesta rivelazione post-torrone mi sconvolge, sebbene Natale sia passato da 3 giorni.

Il Natale 2007 va ricordato per gli eventi che vado ad elencare (in ordine sparso): il furto del Natale ad opera dei Grinch in diversi comuni del territorio; la notte in cui con Gianni e Raffo ho addobbato l'albero di Natale del locale; il regalo che mi ha fatto Michele – un libro di poesie del mio adorato Bukowski, L'amore è un cane che viene dall'inferno – che ad oggi sosta ancora a casa di Rita; la visita alla strega di Gravina che se ne stava da diversi secoli seduta sulla sua seggiola al balcone a guardare il silenzio e a far ghiacciare le strade; le scaloppine più indigeste della storia della gastronomia, cucinate da Michele per la cena del 24 e digerite dai superstiti tra il 26 e il 27 dicembre; il cappello a cilindro che ho comprato dopo averlo visto in un negozio online nel quale mi ero virtualmente recato alla ricerca di una bombetta, e che non userò mai perché, benché ultimamente la mia collezione di cappelli stia aumentando, io odio i cappelli (ma questo Natale sono buono e li sopporto); lo stato catatonico di certi momenti tra il 24 e il 25 dicembre; la luna piena di Gulp; il debito reciproco con Gianni che presto diventerà una pizza mangiucchiata e inzuppata di birra nel mio stomaco; tante altre cose che purtroppo non ricordo.

Il Natale 2007 va ricordato anche per eventi da dimenticare, come... non mi ricordo. Meglio.

Quest'anno ho fatto dei regali, e questa è la novità più grande, visto che è la prima volta che succede (sempre per il fatto che di solito a Natale sono più cattivo, la qual cosa implica che io i regali non li faccio mai). Sebbene, come chi ha buona memoria sa, dare le cose è il mio hobby preferito, in realtà non mi era mai capitato di trovare più o meno casualmente il regalo giusto per la persona giusta proprio a dicembre – la vita certe volte è strana, e a questo proposito avrei un sacco di considerazioni da fare sul credere o meno nella religione o nella scienza e altre piccole diramazioni di queste considerazioni portanti, fatte tutte questa notte passata in bianco per via di un'immensa ciotola di patatine fritte e würstel indigesti (e mozzarelline impatate, anche; ma non credo sia colpa loro: sono solo piccole mozzarelline protette da un guscio croccante, tutto assolutamente innocuo, credo) mangiati guardando lo spettacolo spettacolare di un gruppo folkloristico dalle tinte teatrali che riproponeva le canzoni tradizionali dell'Alta Murgia in un pub di Matera di cui ho sempre più o meno volontariamente ignorato l'esistenza: U' Munacidd, ma non le farò (le considerazioni) perché questo discorso rischia di diventare più lungo del discorso principale, del quale dovrebbe essere solo un asterisco o una parentesi – e quest'anno invece è successo più di una volta (infatti ho fatto più di un regalo) di trovare qualcosa, o pensare a qualcosa, e pensare che questo sarebbe proprio il regalo giusto per..., e allora, perché no? E così ho trovato il regalo giusto per alcune persone*: Nuke (il più puntuale), Gianni (il più ricco), Patrizia (il più buono), Terri (il più bello); e, in extremis, ho trovato addirittura il regalo giusto per una ragazza che conosco troppo poco perché potesse venirmi in mente che qualcosa potesse essere il regalo giusto per lei, Daniela (il più strano): la possibilità di farmi un regalo entro la fine dell'anno.


* L'elenco potrebbe non essere completo.

giovedì 20 dicembre 2007

Rivoluzione a tempo perso


«Bari è una città senza tempo»,
diceva un foglio attaccato
con due pezzi di nastro adesivo
sul vetro della porta del bar,
dall’interno,
in modo che fosse leggibile
dall’esterno.
A Bari
il tempo
gliel’hanno rubato gli uffici,
le auto, il giallo dei
semafori verdi che
diventano rossi,
gli orari delle lezioni,
dei colloqui coi professori,
delle segreterie,
gli orari di chiusura di tutto,
gli orari che le macchinette
stampano sopra i biglietti
del treno.
Ed io
spirito ribelle
ho perso il treno
e mi sono ripreso il mio tempo;
l’ho usato per passeggiare
entrare in un bar,
bere un caffè
e leggere un foglio attaccato
con due pezzi di nastro adesivo
sul vetro della porta del bar
mentre Bari, nervosa,
inseguiva i suoi ladri
e gli gridava dietro:
«Ladro! Ladro! Aspetta un momento!
Non correre via!
Devi ancora rubarmi altro tempo!»

19/12/2007

venerdì 7 dicembre 2007

Andando verso est


Andando verso est, a pochi chilometri da casa, il treno in dicembre taglia in due parti sensibilmente diseguali una fitta boscaglia rosso imbrunito che dà l'impressione di una distesa su cui divampa affaticato un vasto incendio di fiamme stanche e malaticce, come avessero qualche malattia che gli spegne i colori vivaci e le intorpidisce. Ci mette meno di un minuto ad attraversare tutto quel mortorio di fogliame arrugginito in fin di vita.
Alla prima fermata entra una voce anziana che dice di chiamarsi Nico la mattina, Nicola la sera e Nicolino a mezzogiorno, ma il suo vero nome è Nicola. Vende schedine del Lotto per 20 cent. Al suo ingresso tutti i brusii si accordano in uno solo, vagamente più educato, di voci che ridacchiano e gentilmente declinano l'offerta del vecchio che dà i numeri.
"Chi gioca la ruota di Bari? 18 e 39! Domani è San Nicola, io mi chiamo Nicola!"
Poi si complimenta con qualche giovane ragazza, che, per sfuggire ad altro imbarazzo, occupa il posto vuoto accanto o davanti al suo con la borsa o la giacca; e poi silenzio, e poi brusii.
Si siede una ragazza che usa la stessa tonalità di rosa per evidenziare le righe salienti del libro che legge con tutta l'attenzione che è possibile raccogliere appena svegli in treno masticando una gomma, e per colorarsi i capelli. Curiosamente è lo stesso rosa che questa mattina il Quotidiano della Basilicata ha usato in prima pagina come fondo per le scritte GIUDICI SCOMODI e PETROLIO.
Più si va ad est, più aumenta la percentuale di foglie verdi, e in pochi minuti sono il 100%: poco prima della quarta fermata sono tutti ulivi, e sono più vicini e meno fitti del mucchio di moribonde superato in partenza.
Da questa fermata in poi è prevalentemente asfalto e cemento e il vagone è sovraffollato e i brusii diventano una lavatrice in funzione nei timpani, e le ultime tre fermate sono più frequenti e sono quelle in cui un po' alla volta il treno si svuota in un goffo viavai di corpi congestionati e di voci che si allontanano ed altre che si avvicinano.
Andando verso est, a pochi chilometri da casa, il treno in dicembre taglia in due parti sensibilmente diseguali le mie giornate moribonde.

Treno Altamura-Bari, mercoledì 5 dicembre 2007

venerdì 30 novembre 2007

Alcuni aneddoti che non ho molta voglia di raccontare


Tutto finisce, alla fine, pensai. È un pensiero pleonastico, come un po' tutti i pensieri che ti girano per la testa, quando sono pochi e urgenti. Sono già passate due settimane da quando eravamo andati, Gianni ed io, all'aeroporto di Bari a prendere Mich che arrivava da Adelaide (Sud Australia) dopo essere passato per Londra e Dublino, con l'aiuto del navigatore satellitare del padre di Gianni che aveva alcuni problemi col sistema metrico decimale. E ora rimane solo una sera da passare tutti insieme.
Racconterei un po' di aneddoti, ma non mi va. Se avessi voglia, ad esempio, racconterei di quel giovedì che pranzammo a casa sua e quando i negozi stavano per chiudere guardammo in faccia la dura realtà: una bottiglia di vino non bastava. Andai a comprarne un'altra, ma il piccolo supermercato con la saracinesca semiabbassata in cui mi intrufolai aveva solo uno scaffale di cartoni di Tavernello e tre bottiglie poco invitanti. Scelsi quella che aveva il nome più affidabile: Donna Teresa. Le altre avevano nomi improbabili come La valle della luna e Fanciullino, o qualcosa di simile. In ogni modo, Donna Teresa fu una pessima sorpresa, il vino più disgustoso che sia mai stato imbottigliato: agrodolce (dolce e aceto), frizzante, aromatizzato a quello che pareva essere pennarello indelebile.
Oppure, sempre lo stesso giorno, quando per complicate dinamiche di alta finanza tra il fratello di Gianni e la signora del forno più antico della città – dinamiche troppo lunghe e complicate che non sto a spiegare qui: la signora doveva cambiare 50 euro per dare il resto alla cliente prima di noi e il fratello di Gianni disse che aveva 45 euro e allora la signora accettò lo scambio e disse che ci avrebbe dato gli altri 5 euro in focaccia, ma poi, quando era troppo tardi, si accorse che eravamo noi a doverle 5 euro, ma il fratello di Gianni ora aveva solo la 50 e così dovetti pagare 10 euro per una focaccia – il fratello di Gianni era in debito di 5 euro con me, e a metà pranzo lo accompagnammo al lavoro fermandoci a un bar a prendere un caffè (a metà pranzo!) per cambiare la 50 e darmi 5 euro, che poi usai per comprare un piccolo vassoio di dolci.
Oppure quella sera che uscimmo con Terri e le gemelle, ma prima di uscire ci fermammo un po' a casa di Michelangelo (è il nome esteso di Mich) ad ascoltare un vecchio LP di Sergio Endrigo con le canzoni del Corriere dei piccoli, e a consultare divertiti un vocabolario di italiano risalente al 1859, un anno prima che l'Italia esistesse come Stato, e poi andammo dal Corvo, passando prima a far benzina al self service, dove maldestramente mi versai un fiotto consistente di Super Senza Piombo sul braccio destro (anche questo aneddoto richiederebbe spiegazioni troppo lunghe che mi annoia un po' fornire: non sono mancino, né così coglione come potrebbe sembrare, ma avevo parcheggiato un po' troppo distante dalla pompa e così non entrava bene nel buco del serbatoio e quando ho aperto, la benzina, invece di entrare, è uscita con una certa forza) e trascorsi il resto della serata ad annusarmi la mano e la manica della giacca e a temere di prendere fuoco fumando una sigaretta (non so fumare con la sinistra).
Oppure di quell'altro giovedì – no, era mercoledì – che portammo Mich a Santeramo a mangiare carne di cavallo, perché ci aveva confidato di non averla mai assaggiata, e anche di asino, perché ci aveva confidato di non averla mai assaggiata ed anche io e Gianni e forse anche Raffo non avevamo mai avuto questo piacere, e così dimostrammo al macellaio – a Santeramo funziona che vai in macelleria, scegli la carne, poi vai sul retro dove c'è una stanza con dei tavoli, e te la cuociono e te la servono – gli dimostrammo di essere assolutamente incapaci di valutare la giusta relazione tra la quantità di carne che potevamo mangiare e la quantità di denaro che potevamo spendere, e lasciammo fare a lui, limitandoci a dire un po' di questo e un po' di quello.
Potrei raccontare un sacco di cose, ma non ho voglia e non ho tempo. Rimane solo una sera: mi faccio una doccia ed esco.